APPARATO CRITICO

LA REALTÀ DI TIMONCINI

di Elena Pontiggia

Protagonista appartato del realismo esistenziale, cioè di una corrente espressiva che ha cercato nella realtà più una domanda che una risposta, Luigi Timoncini ha sempre vissuto la pittura come un compito etico, non come un esercizio estetico. Nelle sue opere si avverte che a muoverlo e a commuoverlo, più che la bellezza, sono gli affanni, i dolori, gli stridii della vita.
Il suo orizzonte di indagine è sempre stato la città, come abitazione dell’uomo. Anche quando rappresenta la natura cerca le rovine, le memorie, il presentimento della figura umana.
La città, del resto, è anche il luogo dell’architettura. E per Timoncini la costruzione è qualcosa di più di un tema: è un atteggiamento, un modo di essere, una metafora dell’arte e della vita stessa.
Per lui, comunque, la visione si compone di due parti: il visibile propriamente detto e l’invisibile. Pur essendo sempre stato un realista, non ha mai avuto della realtà un concetto angusto, circoscritto. Ha sempre percepito, intorno e dentro le cose, un ronzio di ultrasuoni, indecifrabile e coinvolgente. E’ un ronzio in cui si mescolano l’ansia e la vitalità, la cognizione del dolore e quella del mistero.
Questa visione vasta è stata il suo punto di forza, ma anche la ragione di una certa sua inappartenza alle strade espressive più frequentate e comuni.
La sua pittura è come è lui: asciutta e generosa. “Cos’è l’arte? E’ un insegnamento” diceva Valéry. E sono parole, queste, che possono valere oggi anche per Luigi Timoncini.

TIMONCINI’S REALITY

by Elena Pontiggia

Luigi Timoncini is an isolated protagonist of existential realism, an expressive current that is looking more for a question than an answer. He is one who has always considered painting more as an ethic task than merely an aesthetic exercise. In his work one can sense that what really moves Timoncini is not beauty but troubles, pain and life’s shrieks.
His horizon searches in the city as the main home of men. Even when representing nature, he seeks ruins and memories and traces of human existence.
Moreover the city is also the place of architecture. And for Timoncini constructions are more than just a theme: they are an attitude, a way of being, a metaphor of art and life itself.
However Timoncini’s vision is made of two components: visible and invisible. Although he is always been a realist, he doesn’t think of reality as a strict or narrow concept. He is always perceiving, inside and around things, an ultrasonic noise, indecipherable and captivating. It is a noise in which anxiety and vitality can be mixed, as well as the acknowledge of pain and mystery.
This wide vision is Timoncini’s strength, but also the reason he cannot fit into easier and more common expressive tendencies.
His painting is like him: cool and generous. “What is art? It is a teaching” Valery said. And these words are applicable today to Timoncini’s work.

LA CITTÀ HA GLI OCCHI

di Chiara Gatti

Sembrano architetture di cartone, scenari fittizi e deserti allestiti sul palco di uno spettacolo teatrale prima della prima. Ma le visioni di Luigi Timoncini nascondono qualche cosa di più di un vuoto pneumatico, di un silenzio che serpeggia fra i fondali di una recita, a sipario abbassato. Sì, perchè sono visioni che celano presenze: occhi eclissati dappertutto, di quelli che ti senti puntati addosso, di cui percepisci lo sguardo vicinissimo, che sembra ti seguano nel niente, a ogni passo, ma che non si fanno vedere mai e rimangono sigillati nell’ombra. La sensazione che si percepisce, allora, dalla lettura delle immagini di Timoncini, frutto di una ricerca recente sul volto della città e dei suoi enigmi, è una sensazione di inquietudine, d’attesa. E soprattutto è la sensazione d’essere pedinati e braccati da qualcosa (o qualcuno…) che si può soltanto supporre. Carico di quella tensione, che gli è rimasta in corpo dopo anni di riflessioni in sintonia con la poetica del realismo esistenziale, Timoncini gioca insomma a nascondino col suo pubblico, scegliendo come campo di gara – o meglio, come labirinto pieno di trabocchetti – i luoghi di una Milano che non è mai stata così impenetrabile e paurosa; e dove i monumenti, le insegne della metropolitana, la Torre Velasca e le facciate delle chiese trasformate da un’aurea di sogno (o d’incubo!), si slanciano verso il cielo come creature animate, fantasmi dell’opera che sgusciano dietro le quinte. Timoncini, mago della regia, mette in scena un dramma cui tutti sono chiamati a partecipare. Ma il senso di alienazione a un certo punto si stempera in una nota di malinconia. Gli scorci conosciuti della città – che allo stesso tempo è casa e gabbia – si depositano gli uni sugli altri, crescono tutto attorno come una giungla, sedimentano, germogliano addossandosi fra loro, fino a oscurare l’orizzonte. Eppure l’aria continua a circolare. Si sentono spifferi di vento fluire da ogni direzione. Correnti che sembrano voci, sussurri che risuonano nello spazio. Vengono da dentro i palazzi, dietro i loro muri grigi. E gli occhi – che prima si potevano solo immaginare (e temere) – ora prendono forma sulle pareti arroccate come scogliere. Sono finestre spalancate. Centinaia, migliaia di finestre ritagliate nel cartone. Ecco gli occhi della città! Milano e i suoi mille occhi aperti. Che in realtà non guardano affatto noi, ma si fissano fra loro, si scrutano, si controllano, frugano nell’intimità delle case di fronte. Pertugi di ogni forma e dimensione infondono la vita, danno un volto alla metropoli. Lo spettacolo è iniziato. E lo spettatore è protagonista. Inghiottito dall’atmosfera conturbante che gli frulla intorno, si affaccia a sua volta, ora da una finestra, ora da un’altra; e, da osservato, diventa osservatore. I suoi occhi si mischiano a tutti gli altri, presenza oscura su un palco… dal retroscena esistenziale.